Naufragio tecnologico @ Diario del Capitano #3

Naufragio

Sovrumani silenzi e profondissima quiete... Nel pensier mi fingo, ove per poco il cor non si spaura.

Rigenerazione, purificazione, liberazione: una terminologia sacra che spesso si contrappone dinanzi al muro della modernità; una modernità che spesso spaventa coloro che sono nati svariati lustri addietro, in apparenza lontani da essa eppure immersi in essa completamente. Spaventa, così come spaventa tutto ciò ch'è inscrivibile nella parola "cambiamento", perché il cambiamento è un "lasciare la nostra casa" sicura e accogliente per andare verso l'ignoto.

Così tra questa immensità s’annega il pensier mio:
E il naufragar m’è dolce in questo mare.
― Giacomo Leopardi - L'infinito, 1818-1819

Mark Prensky, per indicare chi è nato e cresciuto nell'epoca del computer, di internet e delle moderne tecnologie, usa il termine nativo digitale (digital native). Ancor più moderna è la definizione di generazione Google, che indica quelle persone che hanno vissuto la loro infanzia circondati da una rivoluzione che vede nel motore di ricerca statunitense (nato nel 1998) la massima iconografia del cambiamento, quella che ha trasformato l'era dell'informazione in "economia della conoscenza".

Ma, noi gente della modernità, potremmo vivere senza Google e senza internet?

Nativo o immigrato?

Non è un caso se, nell'epoca delle grandi migrazioni causate dalla globalizzazione, viene utilizzato dalla cultura lo stesso linguaggio utilizzato dalla società per indicare la trasmigrazione di chi, talvolta proprio malgrado, abbracciando il nuovo (migrare, dal latino meatus, significa spingersi innanzi) è divenuto parte integrante dello straordinario progresso tecnologico che ha assalito il mondo negli ultimi venti o trent'anni.

Tra il 1984 e il 1985 videro la luce Apple Macintosh e Commodore Amiga, i primi computer di successo dotati di WIMP (Window, Icon, Menu, Pointing, ovvero un'interfaccia grafica intuitiva simile a quella che usiamo ancora oggi nei moderni sistemi operativi). Essendo nato nel gennaio del 1985, cioè proprio a cavallo tra questi "annus mirabilis" dell'era tecnologica, non mi sento né totalmente nativo, né propriamente un immigrato digitale.

Apple Macintosh e Commodore Amiga 1000 Apple Mac (a sinistra) e Commodore Amiga (a destra).

A tal proposito una chiosa. In conseguenza della grande crisi europea dei migranti causata da guerre e conflitti a est dell'Europa e dalla povertà diffusa nel continente africano, di recente la parola "immigrato" pare aver assunto in Italia connotati negativi che etimologicamente non hanno fondamento. Forse si fa confusione con la parola clandestino (dal latino calam che significa occulto, nascosto e dies: giorno), che indica colui che si nasconde nella notte, lontano dalla luce. Questo per dire che non ci sarebbe nulla di maligno nel definirsi immigrato, anche se non sento di appartenere a tale definizione.

Personalmente ho sempre amato la tecnologia e fin da piccolo ne ho fatto grande esperienza, dapprima coi personal computer della Commodore, poi coi PC DOS, Windows e GNU/Linux. Inviavo lettere via posta ad amici e parenti quando le email erano ancora strumento per pochi ma ho anche avuto occasione di utilizzare quotidianamente IRC e ICQ nel periodo della loro massima diffusione. Acquistavo regolarmente in edicola quotidiani e riviste (anche videoludiche come Giochi per il mio computer, The Games Machine, PSM) ma già a 14/15 anni (1999/2000) avevo fondato il mio primo blog e un sito web dedicato ai videogiochi (Hot PlayStation poi confluito nel fu Joypad.it). Telefonavo ai miei genitori dalle cabine telefoniche a gettoni della SIP, ma ho anche vissuto interamente il percorso evolutivo delle telecomunicazioni mobili ricevendo il mio primo cellulare (un mitologico Ericsson T28) come regalo di promozione per l'esame di scuola media. Sono stato tra i pochi della mia generazione ad aver utilizzato attivamente un palmare (un Pocket PC con Windows Mobile) che, mentre sfoderavo il fido pennino per operare sul touch screen, attirava per strada o tra i banchi di scuola gli sguardi incuriositi di compagni e professori, molti anni prima che Steve Jobs presentasse il suo rivoluzionario iPhone al grande pubblico.

La mia tesina di maturità si intitolava: "L'importanza delle telecomunicazioni nella storia e nel mondo attuale", e parlavo proprio del futuro della connettività mobile, dei computer, di videogiochi e dell'arte digitale. Tutto questo per dire che il mondo moderno mi appartiene: lo sento mio e non faccio alcuna fatica a parlarne. Identicamente, conosco per esperienza diretta i tratti di quel mondo analogico che molti "veri" nativi digitali non hanno potuto toccare con mano.

Si può fare a meno della tecnologia?

Per tanti anni mi sono chiesto, per gioco o per finzione, se mai avessi potuto, naufragato per caso su un'isola deserta o catapultato di prepotenza in un mondo apocalittico à la Fallout, fare a meno di tutta quella tecnologia che oggi diamo per scontata e che, per quanto mi riguarda, ha accompagnato inevitabilmente la mia esistenza e funto, mi azzardo a dire, da "riflettore" per gran parte di quelle che sono state le scelte importanti della mia vita; non soltanto scolastiche o lavorative, ma anche inerenti attività e interessi (tra i quali devo, giocoforza, inserire i videogiochi) che ho ritenuto valevoli del mio tempo e della mia attenzione dacché ho avuto abbastanza consapevolezza di pensiero.

"Perché no?", mi sono detto più di una volta. "Ho già vissuto senza questi strumenti e potrei farne a meno!", ricordo di aver affermato stoltamente tra me e me non troppo tempo fa. Ahimé, la realtà, soprattutto quando ti colpisce in modo inaspettato (e l'imprevedibilità è la matrice dell'angoscia) è ben più gravosa di ciò che pensavo guardando la mia dipendenza in superficie.

Il velocissimo e micidiale Jab di Apollo Creed in Rocky Il micidiale jab di Apollo Creed nei film di Rocky.

8 marzo 2017, festa della donna, ore 17 circa. Intento a seguire una conferenza online sul web development e fregandomene abbastanza agilmente della nota ricorrenza dedicata al gentil sesso, ricevo un colpo inaspettato e fulmineo in piena faccia come un jab degno del miglior Apollo Creed e che io, Rocky Balboa de noantri, non avrei mai potuto schivare ma soltanto incassare: la TIM, sempre sia lordata, decide di staccare telefono e relativa connessione a internet con un mese di anticipo rispetto alla mia precedente e, vi assicuro, chiarissima comunicazione scritta.

Segue un'interminabile serie di telefonate (inutili) con operatrici rumene (sì, telefonando dall'Italia) che inoltreranno (vani) reclami per far scorrere nuovamente luce nei fili ottici e corrente nei fili metallici della connessione e del telefono. Ma ciò di cui voglio parlarvi non è questo, bensì un altro tipo di luce: un lampo di genio (così l'ho definito in un primo momento) che mi venne qualche giorno dopo, quando ormai le mie speranze stavano lentamente lasciando spazio allo scoramento ("In piedi Stallone!"): "E, se invece di accendere un mutuo per acquistare una Sim 4G da utilizzare come chiavetta, approfittassi dell'occasione per mettermi alla prova con un esperimento?".

Detto fatto: addio internet. Una deriva nel vuoto tecnologico che vi sto raccontando adesso a grandi linee e che vi racconterò più nel dettaglio nella prossima puntata del Diario. Solo che non è andata proprio come speravo ("Non ho sentito la campana! Ancora un altro round!"). E ora sono quì: davanti al mio computer, dopo un mese ancora senza telefono fisso e per forza di cose accompagnato da una connessione 4G che mi ha attratto per intere settimane e che, con il suo fascino inesorabile, mi ha sedotto come la sensuale Woman in Red di Matrix seduce Neo: un'irresistibile attrazione virtuale che non lascia scampo alcuno.

Leggi la seconda parte di questo diario: #4: Alla ricerca della tecnologia perduta.

La donna in rosso - The Matrix (1999)