Rape Day: stupro, violenza e necrofilia. Giusto venga pubblicato su Steam?

Nel gioco, si impersona un serial killer stupratore che si diverte durante un'apocalisse zombi.

Un test difficile questo, che testimonia coraggio. Un fardello di cui si fece carico Valve nel 2018; quello di permettere che ogni tipo di videogioco, non illegale o trolling esplicito, potesse essere pubblicato sulla propria piattaforma di digital delivery.

«Gli sviluppatori che creano contenuti controversi non dovrebbero essere penalizzati o perseguitati perché il loro gioco esiste», afferma la policy di Steam.

La descrizione di Rape Day, gioco creato dallo sviluppatore indipendente Desk Plant (uno pseudonimo?), è altrettanto chiara ed esplicita:

«Questo gioco contiene violenza, violenza sessuale, sesso non consensuale, linguaggio osceno, necrofilia e incesto», e ancora, «Colpisci, uccidi e stupra mentre progredisci nella storia».

La vera domanda che dobbiamo porci è questa: è giusto censurare un autore perché crea qualcosa che a qualcuno o a qualche sensibilità, storicamente caratterizzata e mutabile, dà fastidio? E la risposta è no. La policy di Steam è chiara su questo punto.

Se non ti piace non lo compri, lo contesti, lo boicotti pubblicamente, non importa: sei libero di esprimerti così come dev'essere libero l'autore del gioco di trovare spazio d'espressione.

L'evoluzione di una società non si misura da quanto sia codarda nel nascondere ciò che non è politicamente corretto, ma da quanto sia capace di accettare contenuti controversi e discuterne. Lasciamo ai posteri l'onere (o l'onore) di giudicare ciò che è stato ideato sullo sfondo di un mondo barbaro, patriarcale, razzista e sessualmente represso come il nostro.

Rape Day non è stato pubblicato, ma...

Rape Day, infine, non è stato pubblicato. Però, a modo suo, ha scritto una pagina interessante nell'ancora primordiale storia dei videogiochi. C'è riuscito tirando fuori le contraddizioni e l'ipocrisia dei molti che si aggirano, con poca autorevolezza, attorno a questa fantastica forma di espressione artistica che chiamiamo "videogioco".

Una forma d'arte che non è ancora davvero accettata come tale, anzi, viene ritenuta assolutamente immatura dai più; tanto immatura da ispirare volontà, da parte di taluni, di "regolamentazione", non si capisce bene secondo quali regole e principi.

Tanto che il parlamento inglese, si è scomodato per inveire alacremente contro Steam circa la possibile decisione di Valve di pubblicare Rape Day:

«Si tratta di materiale ripugnante». — Hannah Bardell, Partito Nazionale Scozzese

«Bisogna rafforzare la legislazione. Per chiunque consente la pubblicazione di questi cosiddetti ("so-called" ndA) giochi, i quali glorificano l'uccisione e lo stupro delle donne. Disgustoso e profondamente offensivo». — Shona Robison, Primo Ministro del Parlamento Scozzese

Che senso ha Rape Day? Qual è il problema?

Per un istante lasciamo perdere il fatto che per giudicare «ripugnante» un prodotto è indispensabile prima averne fatto esperienza. Concentriamoci piuttosto sul "cosa" ha scatenato le indignate reazioni di pubblico e governanti contro il videogioco in oggetto: la presenza di violenza e stupri.

Ma violenza, stupri e atti ancor più spregevoli di questi, come l'omicidio di massa – a meno di non voler affermare che uno stupro sia peggiore dell'omicidio, ovvero una delle dinamiche più presenti tra tutti i prodotti d'intrattenimento di maggior successo – sono presenti nei videogiochi da sempre.

Pensiamo a due delle più celebrate forme d'espressione artistica: letteratura e cinema. Uccisioni, stupri, pedofilia e genocidi, sono presenti e altrettanto ben accettati nella loro "presenza" come necessità. La necessità di raccontare, nel bene o nel male, nella sfera del reale o dell'immaginario, in modo realistico o irrealistico, una vicenda, un'emozione, una realtà, una speranza o una disperazione.

Certo, un prodotto letterario o cinematografico particolarmente disturbante o estremo potrebbe scatenare protesta e indignazione ancora oggi. Ma in qualche modo l'accetteremmo. Qualcuno, addirittura, potrebbe celebrarlo come compiuta volontà dell'artista stesso di provocare una reazione nel pubblico.

Certuni lo criticherebbero per questo. Altri lo amerebbero per lo stesso identico motivo. Sarebbe normale. In fondo: qual è lo scopo dell'artista se non quello di tentare di far posare lo sguardo delle persone sulla sua opera? Che se ne parli, bene o male non importa, ma che se ne parli: che non si sottragga allo sguardo.

Tuttavia c'è un principio, che esemplifica bene la natura della "libertà d'espressione", sul quale tutti ci troveremmo d'accordo e che viene espresso efficacemente da un noto aforisma:

«Non sono d'accordo con quello che dici, ma darei la vita affinché tu possa dirlo».

The «So-Called» Game

C'è un altro dettaglio che colpisce e che delinea perlomeno una certa superficialità. Quel "so-called" (traducibile in «cosiddetto») che umilia l'intelligenza creativa e nel quale si nasconde il germe della censura.

Perché se decidiamo, in modo assolutamente arbitrario, che qualcosa non può essere definito "videogioco" in base al suo contenuto eticamente o moralmente discutibile, ci addentriamo in un sentiero molto, molto pericoloso e liberticida. Percorrendo tal sentiero, un eventuale governo di stampo Cattolico e conservatore potrebbe decidere, un domani, che un videogioco non sia degno d'esser definito tale e pubblicato, solo perché incentrato su argomenti che sono tabù per la religione Cattolica, come l'aborto o l'omosessualità.

Uno scenario assolutamente inaccettabile, eppure presente implicitamente in quel "so-called" pronunciato a cuor leggero dal Primo Ministro del Parlamento Scozzese.

Il diavolo si nasconde nei dettagli, soprattutto in quelli che sembrano innocui.