Death Stranding: viaggio dentro te stesso

Viaggiare, alla ricerca di uno scopo, per alleggerire il pesante fardello dello stare al mondo.

«Un moderno "Stalker" in formato videoludico», è stato uno dei pensieri che ho avuto durante la visione della prima vera e propria esperienza giocata di Death Stranding. Un pensiero tra i tanti, viste le tante influenze che si possono chiaramente percepire, da Lovecraft a "Apocalypse Now" (film del 1979, proprio come lo "Stalker" di Tarkovsky). Cinquanta minuti pieni di densissimo, opprimente vuoto antropologico.

Un gameplay che è la fotografia di un dramma esistenziale, ancestrale, perché "proprio" dell'intera razza umana: quello dello stare al mondo. Sopravvivere, ma perché poi? Pensieri profondi come gli scenari di un mondo ostile e condannato al declino attraverso il quale siamo costretti a trascinarci. Ogni giorno, ogni istante, incessantemente.

Una fatica che trasuda da ogni goccia di gameplay, dove Sam Porter Bridges, animale da soma nel corpo e nello spirito, non nasconde mai la "pena" dello stare al mondo che lo interroga e ci interroga, ci consuma dal di dentro con tutte le sue contraddizioni. Non importa quali obiettivi l'HUD ci indica di dover raggiungere, nel profondo, quando l'anima viene sopraffatta dall'immensa desolazione attorno, una domanda inesorabilmente erompe: «Perché continuo ad andare avanti? Chi me lo fa fare». Eppure non molliamo mai, sopportiamo il dolore, la sofferenza, le difficoltà, e continuiamo a strisciare come vermi, attraverso nere e viscose paludi di pensieri e di peccati, verso qualcosa che non sappiamo esattamente cos'è, eppure continuiamo a cercarlo, a inseguirlo con tutte le nostre forze.

Una ricerca infinita che forse, potremmo scoprire, non è altro che l'aspirazione ultima dell'esistenza stessa: trovare la pace. Pochi istanti di felicità, instabili, aleatori certo, ma anche nutritivi per l'anima: uno scorcio di natura incontaminata che ci sovrasta con la sua immortale bellezza; una scorta di provviste lasciataci da qualche altro viandante/giocatore che ha solcato, chissà quando e da quale altra parte del mondo, il nostro stesso terreno; la gioia di tornare a casa, a contatto con ciò che ci è familiare, dopo una lunga traversata che ha messo a dura prova il nostro corpo e il nostro spirito.

Ecco, forse non troveremo mai risposte soddisfacenti alle grandi domande che tutte le anime umane sono destinate, prima o poi, a porsi. Forse, semplicemente, non esistono risposte. Tutto ciò che possiamo fare è andare avanti e sopravvivere, insieme, aiutandoci a vicenda e confortandoci l'un l'altro mentre tentiamo di percorrere quel nostro misterioso e comune tragitto: la vita.

"Debolezza e fragilità esprimono la freschezza dell’esistenza,
rigidità e forza sono compagne della morte".
― dal film "Stalker" di Andrej Tarkovsky (1979)